La stele di Mesha

Sommario

1. Introduzione
2. Il testo
3. Commento
4. Note
5. Bibliografia

 

Introduzione

Mesha è stato un re di Moab vissuto nel IX secolo a.C. La stele che porta il suo nome è la fonte più importante della storia di questo regno. Il sovrano fece scolpire l'iscrizione su una pietra monumentale di basalto per celebrare la vittoria e l'indipendenza del regno moabita dalla casa d'Israele[1].

Fu F. A. Klein a trovare la stele nel 1868 durante gli scavi di Tell Dibon. Successivamente, C. S. Clermont-Ganneau riuscì ad acquistarla e trasportarla a Parigi dove è esposta nel Museo del Louvre.

L'iscrizione è scritta in lingua moabita, una derivazione del dialetto cananaico che ha le lettere simili a quelle ebraiche e fenicie. Descrive la conquista dei territori a nord dell'Arnon, a quel tempo amministrati dai re di Israele, che nella stele sono identificati Omri e suo figlio (linee 5-6). A loro Mesha attribuisce le disgrazie della sua terra.

Della ribellione di Mesha si parla anche nella Bibbia, naturalmente in una prospettiva diversa. Si legge che Mesha fu sconfitto da Ioram, re di Israele, e Giosafat, re di Giuda (cfr. 2Re 3)[2].

 

Il testo

Stele di Mesha, Ginsburg 9
1. Il testo dell'iscrizione
Stele di Mesha, Trascrizione Ginsburg 6
2. Trascrizione in caratteri ebraici

Ecco una traduzione dell'iscrizione[3]:

l. Io sono Mesha, figlio di Kemosh[ît], re di Moab il
2. Dibonita. Mio padre regnò 30 anni su Moab ed io regnai
3. dopo mio padre. Ho fatto questo alto luogo (bemah) per Kemosh in Qerihô[4], alto luo[go del Sal]-
4. vatore perché mi ha liberato da tutti i re (assalitori) e mi ha fatto prevalere sui miei nemici. Omri
5. (fu) re di Israele, egli oppresse Moab per molti giorni perché Kemosh era in collera con la sua
6. terra. Gli successe suo figlio e anche lui disse: "Opprimerò Moab." Nei miei giorni, così parlava,
7. ma io mi rallegrai alla sua vista (nel vederlo sconfitto) e a quella della sua casa. E Israele è perito per sempre. E Omri si impossessò della terra di
8. Medeba (Madaba). Risiedette in essa al suo tempo e per il tempo di suo figlio: 40 anni, ma Kemosh
9. la restituì ai miei giorni. Ho costruito Baal-Meon e vi ho fatto la cisterna e ho costruito
10. Qiryatên. La gente di Gad aveva da sempre abitato la terra di Atarot. Il re di Israele costruì
11. per sé Atarot. Combattei contro la città e la presi, e uccisi tutta la popolazione:
12. la città apparteneva a Kemosh e a Moab. Da lì portai l'altare
13. e lo trascinai davanti a Kemosh in Qirat. Vi insediai le genti di Sharon e le genti di
14, Maharat. Kemosh mi disse: Va', prendi Nebo contro Israele.
15. Andai di notte e combattei contro essa dall'alba fino al mezzogiorno. La
16. presi e uccisi tutti: settemila uomini, bambini, donne e bambine,
17. e le donne incinte perché le avevo votate ad Ashtar-Kemosh. Presi di là i vasi
18. di YHWH e li portai davanti a Kemosh. Il re di Israele aveva costruito
19. Yahaz e vi aveva abitato mentre combatteva contro di me. Ma Kemosh lo scacciò davanti a me.
20. Presi da Moab 200 uomini, ogni suo capo e li insediai in Yahaz e la presi
21. per aggiungerla a Dibon. Ho costruito Qerihô, le mura del giardino e le mura
22. della cittadella. Ho costruito le sue porte, ho costruito le sue torri,
23. ho costruito la reggia, ho fatto le sponde della cisterna dentro
24. la città. Non vi era cisterna in città, in Qerihô, così dissi a tutto il popolo: Costruitevi
25. una cisterna ciascuno in casa sua. Ho scavato le trincee in Qerihô con i prigionieri
26. di Israele. Ho [ri-]costruito Aroer, ho fatto la strada dell'Arnon.
27. Ho [ri-]costruito Bet-Bamot perché era distrutta. Ho [ri-]costruito Bezer perché era in rovina.
28. Gli uomini di Dibon erano in guerra, poiché tutta Dibon era obbediente. Ho regnato
29. [su] un centinaio di città che ho annesso alla terra (regno). Ho [costruito
30. il tempio di Mada]ba[5], il tempio[6] di Diblaten e il tempio di Baal-Meon e vi ho stabilito là ...
31. ... le pecore della regione. E la casa [di Da]vid abitò in Horonên ...
32. ... Mi disse Kemosh: "Scendi, combatti contro Horonên." Sono sceso
33. [combattei contro la città e la presi; e] Kemosh la restituì nei miei giorni…
34. …… E io ….

 

 

Commento

La prima riga dell'iscrizione è incompleta perché danneggiata. Solitamente in essa si riportano i nomi del re e della sua famiglia, in particolare è ricordato il nome del padre. L'informazione tuttavia è stata completata grazie a un'iscrizione moabita recuperata ad al-Kerak dove si legge: Mesha il dibonita, figlio di Kemosh-yat.

... Il sovrano ricorda pure le opere realizzate per rifondare e rinsaldare alcune strutture del suo regno: la ricostruzione della capitale Dibon e delle altre città, le fortificazioni sul Wadi Mujib-Arnon, la creazione di cisterne. Afferma inoltre di aver distrutto alcune città israelitiche tra le quali menziona Nebo, e di aver votato allo sterminio la popolazione in onore di Ashtar-Kemosh, il dio moabita.

Alcuni termini dell'iscrizione hanno attirato la nostra attenzione, per il loro significato e per le risonanze che hanno con la Bibbia.

Nella linea 17 troviamo il termine herem[7] che nel Testo Masoretico significa "distruggere, votare allo sterminio" ed è conforme alle regole della guerra santa (Gs 6,17). Il herem proclamato da Mesha è simile a quello che leggiamo nei racconti biblici delle composizioni deuteronomistiche. S. Segert identificò in questi racconti di sterminio una struttura narrativa che prevede un oracolo di origine, la partenza, la guerra, la conquista della città o del territorio annunciato dall'oracolo, l'uccisione della popolazione, il herem, il bottino che è votato alla divinità. Lauren A. Monroe riprende lo schema e lo arricchisce.

La stele di Mesha e il racconto della conquista di Ai (Gs 8) hanno un ulteriore elemento in comune, quello della costruzione di un luogo di culto (bama, stele di Mesha, linea 3, un altare sul monte Ebal Gs 8,30)[8]. Secondo Monroe la realizzazione di un luogo di culto e il herem sono espressioni integrali ed esclusive del rapporto tra il popolo conquistatore con il proprio dio e rafforzano l'alleanza. Il herem protegge la relazione popolo-divinità, mentre la realizzazione del luogo di culto consacra la conquista, attribuendola alla divinità stessa. Tuttavia, il significato di herem non si esaurisce in questo aspetto, ma genera ulteriori sviluppi[9]. Il herem afferma innanzi tutto l'identità collettiva del popolo, la sua origine e la sua missione, che si riconoscono nel servizio alla divinità. La divinità combatte il dio rivale e gli effetti della guerra santa si colgono nella eliminazione del nemico compreso come popolo, che venera un altro dio e subisce lo sterminio di massa, e nella distruzione del tempio del dio rivale. La divinità vincitrice stabilisce l'ascesa politica dei conquistatori ai quali conferisce elezione e incute timore alle nazioni circostanti. Questi aspetti correlati sottintendono il concetto biblico di alleanza. La vittoria nella guerra santa è benedizione ed è segno attualizzante dell'alleanza stessa. L'alleanza richiede di essere onorata da tutto il popolo con l'obbedienza alle leggi che la guerra stessa impone, "votare allo sterminio" e riservare alla divinità il bottino. In caso contrario, anche per la disobbedienza di uno solo dei membri del popolo, gli effetti della collera divina si riversano sul popolo intero (cfr. Gs 7,1; 1Sam 15,18-19).

Nelle linee 14-18 della stele si legge che Mesha conquistò la città di Nebo e che dedicò a Kemosh i vasi presi da YHWH. La notizia comunica in modo indiretto che nella città di Nebo esisteva un santuario dedicato a YHWH, frequentato dalle tribù transgiordaniche (Ruben, Gad e parte di Manasse). L'interessante dato epigrafico anticipa quello che negli ultimi decenni è stato confermato con le ricerche archeologiche. Nel territorio degli antichi regni di Israele e di Giuda sono stati riportati alla luce numerosi edifici di culto costruiti durante il periodo della monarchia e dedicati a YHWH.[10] I dati archeologici e alcuni passi della Bibbia hanno chiarito che fino alla riforma di Giosia (VII secolo) esistevano nel paese numerosi luoghi di culto propri di YHWH. Giosia con la riforma del culto fece distruggere tutti i luoghi sacri e le alture delle porte (2Re 23,8), elevò Gerusalemme a centro unico del culto di YHWH e stabilì l'unicità del tempio presso il quale si dovevano celebrare le feste religiose e i sacrifici (Dt 12,4-7). I ritrovamenti archeologici e le fonti letterarie fanno cogliere l'evoluzione della religiosità del popolo di Israele nella riflessione e nella comprensione del mistero di Dio.

Nella linea 18 Ginsburg trascrive יְהוָֹח il nome di Dio, vocalizzato con le vocali di Adonai, ottenendo il nome Jehovah (caratteri latini della sua traduzione inglese)[11]. Rainey-Notley riportano il nome יהוח non vocalizzato e traslitterato YHWH in caratteri latini[12].

Le scelte di questi autorevoli linguisti confermano che il testo nella lingua moabita nomina Dio con questo nome, e che esso non solo era noto anche agli altri popoli della Bibbia ma si pronunciava. Secondo Ginsburg l'uso antico di nominare il nome di Dio precede quelli imposti della legislazione successiva, la quale concede di pronunciarlo solo in alcune circostanze: presso il tempio durante la benedizione sacerdotale, nel giorno di kippur e in qualche altra rara occasione[13]. Il popolo di Israele ha posto particolare attenzione sull'impronunciabilità del nome divino, fatto che ha caratterizzato il modo di scriverlo e di pronunciarlo da cui derivano le forme più conosciute, quella della scrittura YHWH in caratteri maiuscoli e quella della pronuncia Jehovah oppure Adonai. Queste legittime osservazioni non vanno però applicate alla stele di Mesha perché il sovrano non era soggetto alla legge mosaica, non era cioè "suddito" di Dio. Egli non dovette sottostare ai vincoli legali e cultuali della religione israelita e poté scrivere il nome di Dio liberamente. In questo modo la sua testimonianza diventa particolarmente importante perché la scrittura del nome divino così come è scolpita sulla stele, è risultata essere quella più antica finora conosciuta e conferma che il nome divino scritto e pronunciato, è rimasto invariato nel tempo[14].

Nella parte finale della linea 31 A. Lemaire legge casa [di Da]vid. Tra parentesi sono riportate le integrazioni del testo mancante, che nella stele risulta essere distrutto o corrotto. C. Clermont-Ganneau, che per primo studiò la stele, propose di leggere b[--]wd (ב--וד). In seguito due studiosi, M. Lidzbarski e R. Dussard, analizzando attentamente la scrittura della stele, identificarono tracce di una t (ת) dopo la b, proponendo di leggere bt[-]wd (בת-וד). Questa lettura è confermata da Lamaire[15], il quale propone di integrare la parte mancante con una d (ד) per leggere bt (d)wd בת [ד]וד "casa di Davide"[16].

Nell'iscrizione si legge che la casa di [Da]vide abitava in Horonên, una località identificata nella regione sud-est del mar Morto con il primo sito che si trova in quella regione a sud dell'Arnon. Secondo Lemaire il dato è importante perché Mesha, dopo aver conquistato i territori a nord dell'Arnon amministrati dal re di Israele[17], volge la sua attenzione a sud per conquistare i territori amministrati dal re di Giuda (bt [d]wd)[18]. La lettura di Lemaire, se corretta, è di notevole interesse, perché permette di illuminare ulteriormente la storia del IX secolo a.C. e le relazioni politiche esistenti tra le case regnanti di Israele e Giuda. Dopo le conquiste e l'indipendenza celebrate con la stele, Mesha subì la reazione dei re di Israele e di Giuda che si allearono per combatterlo (2Re 3,5-8). Il re di Moab fu costretto alla guerra. Attaccato dai due re, fu definitivamente sconfitto (2Re 3,26). La lettura della storia secondo queste due prospettive, quella della stele di Mesha, che celebra i successi del re di Moab, e quella biblica, che celebra quelli dei re di Israele e Giuda, conferma che i due documenti non si contraddicono ma si integrano: la stele di Mesha narra le conquiste del re di Moab a danno dei re di Israele e Giuda, mentre la Bibbia narra l'epilogo della guerra contro il monarca moabita con le tragiche conseguenze della sua ribellione.

 

Note

1  C.D. Ginsburg, The Moabite Stone, 16.

2  Per la storicità della guerra tra i due regni si veda C.D. Ginsburg, The Moabite Stone, 17-19; J.A. Emerton, "The Value", 483-492; T.L. Thompson, "Mesha and Questions of Historicity", 241-260; M.J. Suriano, "The Historicality", 101-104.

3  Traduzione dall'inglese da A. Lemaire, "House of David", 33.

4  C.D. Ginsburg, The Moabite Stone, 6-7, legge Korcha.

5  A. Lemaire, "House of David", 33, integra il testo mancante con questa espressione legandola a quanto segue. Ginsburg ricostruisce "Ho ricostruito Beth-Gamul", che manca nella stele, motivando la sua scelta richiamandosi a Ger 48,22-23 ("per Dibon, per Nebo e per Bet-Diblatàim, per Kiriatàim, per Bet-Gamul e per Bet-Meon"); cfr. C.D. Ginsburg, The Moabite Stone, 48.

6  A. Lemaire, "House of David", 33, traduce Beth con "il tempio di".

7  Nella linea 17 si legge חחרמ[תי המ]. Testo non vocalizzato secondo C.D. Ginsburg, The Moabite Stone, 6.

8  La costruzione del luogo sacro (bama) si trova all'inizio dell'iscrizione e non nelle linee 21-26, dove Mesha elenca una serie di opere realizzate dopo la conquista di Nebo. Secondo L.A. Monroe la menzione posta all'inizio ha valore simbolico, perché è l'opera più importante che il sovrano realizza, con la quale attribuisce il successo a Kemosh; cfr. L.A. Monroe, "Israelite, Moabite", 325.

9  Cfr. L.A. Monroe, "Israelite, Moabite", 322-326.

10  Sono stati ritrovati luoghi di culto riconducibili agli israeliti ad Arad, Beersheva (cfr. Am 8,14), Hazor, Betel, Tel Dan.

11  C.D. Ginsburg, The Moabite Stone, 23.

12  A.F. Rainey, The Sacred, 212. Anche A. Lemaire, "House of David", 33, riporta il nome traslitterato in caratteri latini.

13  C.D. Ginsburg, The Moabite Stone, 22, cita rispettivamente Mishna, Sota 7,6; Mishna, Yoma 6,2; Mishna, Sanhedrin 7,5; 10,1.

14  A. Lemaire, "House of David", 37.

15  A. Lemaire, "House of David", 35-36.

16  Nella stele di Dan c'è la menzione della "casa di Davide", dove "casa" è scritta byt mentre la stele di Mesha riporta bt. Stando a Lemaire tale discordanza non pone difficoltà perché ambedue le forme sono attestate nella stele di Mesha: bt nelle linee 7,23,27, 30 e byt nella linea 25; cfr. A. Lemaire, "House of David", 36.

17  Secondo Nm 32-37-38, Madaba, Baal-Meon, Qiryatên, località citate dalla stele, sono città di Ruben, che in seguito divennero parte del territorio di Gad (Gs 21,39; 1Cr 6,65-66; cfr. Stele di Mesha, linea 10).

18  Nella Bibbia la "Casa di Davide" è sinonimo di "re di Giuda" (2Sam 7,26; 1Re 2,24).

 

Bibliografia

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Figure 1 e 2: C.D. Ginsburg, The Moabite Stone, 6 e 9. Foto: M. Luca.